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Giovedì 29 Ottobre 2020

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TEATRALIA

Non c'è scuola, Non c'è messa, Non c'è teatro. Ovvero dell'impossibilità del distanziamento

Non c'è scuola, Non c'è messa, Non c'è teatro. Ovvero dell'impossibilità del distanziamento

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No, così non c’è scuola, non c’è messa, non c’è teatro.

No il distanziamento dei banchi non è la soluzione, è un ripiego per la scuola che riparte a metà, azzoppata, umiliata e mascherata.

No, quei banchi separati come se si vivesse in un eterno compito in classe sono il segno di una messa alla prova permanente, a prova di contagio, una verifica costante di sostenibilità formale, ma in cui l’insufficienza va alle relazioni e all’empatia.

No, la didattica a distanza è una toppa, ma il costume di Arlecchino a losanghe è un esito settecentesco, è un’elaborazione elegante di una miseria passata, ormai alle spalle. Ora la didattica a distanza equivale ancora al costume di Arlecchino, servo cencioso, affamato di sesso e di cibo, servo di tutti e spirito libero. Siamo ancora lontani dall’Arlecchino settecentesco.

No, la scuola non può sopportare il distanziamento sociale e ce ne accorgeremo, non per il crescere del numero dei contagi (se ci saranno, non saranno imputabili solo alla scuola), ma per le ferite negli occhi dei bambini, negli sguardi dei ragazzi.

No la scuola è contatto e non è separazione, è respiro, è la puzza di stalla nelle classi, come dicevano alcuni professori all’ingresso in aula, mal sopportando le esalazioni ormonali fra i banchi. Per questo ciò che ci attende è un surrogato di scuola, a cui ci abitueremo certo, in cui a stupire saranno i ragazzi, la loro duttilità nell’adeguarsi, la loro energia che malgrado tutto è carica di vita, è virale, contagiosa.

No in quei banchi distanziati, nelle aree gioco separate c’è l’impossibilità del fare scuola, dell’essere scuola, luogo erotico, spazio della seduzione, concentrato di corpi e relazioni che il Covid vuole distanziati, ma che così non può essere, pena la negazione stessa della scuola.

Eppure  si riparte, la campanella suona in cerca di un surrogato di vita, in cerca di una scuola che sappia re-sistere al virus, esistere, malgrado tutto e proprio perché non essere sarebbe firmare una resa incondizionata.

Nei banchi gli sguardi guardano all’altare, cercano Dio, i più arditi si chiedono se esista un Dio e perché questo Dio permetta il dolore e ha permesso la pandemia globale del XXI secolo. Eppure la scommessa di Pascal continua a tener banco…

Nei banchi il segno della pace muore in bocca al sacerdote officiante.

Nei banchi si misura la solitudine, in quel non sfiorarsi, non toccarsi che divengono un abisso di vuoto che non trova risposta nel Dio solitario sulla croce.

Nei banchi o sulle seggiole, a un metro l’una dall’altra, si compone la scacchiera della solitudine, si gioca la partita della distanza, di una distanza che raggela il sentirsi comunità, che fa dei canti un sussurrare dietro la mascherina, che fa del pregare un sibilo indistinto e solipsistico.

Nei banchi la consegna dell’eucarestia è un dono furtivo, è un mangiare dietro la mascherina, è un rito cannibalesco consumato con vergogna e col timore  del contagio, timore che non si osa confessare, un po’ per pudore, un po’ per codardia.

Nei banchi va in scena la religiosità che non lega, la comunità che non è comune, l’ecclesia che è assemblea raggelata.

Di fianco il ritratto di Pirandello, quello di Shakespeare o di Pina Bausch, o di Mozart, o di Beethoven… di fianco una poltrona vuota…

Davanti una poltrona vuota, non s’è mai visto così bene il palcoscenico, ma ciò non consola.

Non piace entrare in fila indiana, sentirsi schedati, non potersi muovere in libertà.

La maschera ti accompagna al tuo posto: «congiunti?», chiede. Allora il posto è vicino, vicino. Altrimenti a sinistra, a destra, davanti e dietro di te spettatore solo sedie, poltrone vuote.

Dal palco non so dire cosa si veda, tantomeno cosa si provi. L’immagine deve essere surreale, per pudore non si fa questa domanda agli attori che sono già contenti di essere in scena.

Ma il problema è lì: «essere già contenti», non è vita, è sopravvivere, non è teatro, è il tentativo di non spegnere per sempre la macchina. Il teatro è stare insieme, è il fastidio della vicina di poltrona che scarta la caramella, è la possibilità di suggerire all’amico o all’amica un commento silenzioso su quello che sta succedendo, è lo stringere la mano e sorridere per l’emozione condivisa.

Tutto ciò non è più. Teatro  è condivisione e contatto di emozioni, non è solo assistere a uno spettacolo, è vivere quello spettacolo.

Ecco quello che manca oggi nel teatro dei protocolli, delle platee trasformate in sagome di umanità e di fantasmi è la forza del contatto, è la vicinanza, è lo spostare la testa perché quello davanti ha una folta capigliatura o è insolitamente alto. Il teatro è tutto questo, non è solo vedere uno spettacolo, è essere, cambiare, emozionarsi, gioire insieme di quello spettacolo…

No, così non c’è scuola, non c’è messa, non c’è teatro.

13 Settembre 2020