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Sabato 06 Marzo 2021

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TEATRALIA

Il 2020 anno senza teatro: lo sguardo di Alexander e Hassid sceso dalla croce

Il 2020 anno senza teatro: lo sguardo di Alexander e Hassid sceso dalla croce

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«La scena vuota. / Solo l’innocente Hassid crocefisso. /Dopo qualche tempo, si decide a scendere, / e a sedersi sulla sedia, vicino alla finestra./ Scoraggiato». Piace quest’immagine che Tadeusz Kantor regala in Stille Nacht, pubblicato da Franco Quadri ne «La collanina», n. 12 di Ubulibri. In questo povero cristo che in una stanza vuota se ne sta seduto su una sedia, guardando fuori dalla finestra si crede si possa sintetizzare la condizione del mondo del teatro, lo status di chi fa teatro e più in generale cultura in questo momento. Stanchi della crocefissione, si è scesi dal patibolo, in attesa che qualcosa accada, ci si è seduti, scoraggiati, a guardare fuori dalla finestra, in attesa di una possibile e desiderata resurrezione. Lo stare in croce non fa più notizia, e allora non resta che scendere e guardare fuori, sedersi, aspettare o pensare a una rinascita possibile da intuire gettando lo sguardo oltre la finestra…

Il 2020 è stato un anno senza spettacoli – o quasi -, i teatri sono stati chiusi dalla pandemia. La pausa estiva ha fatto credere non solo che si potesse tornare alla normalità, ma che si potesse tornare in sala senza problemi. Così non è stato. L’incrudelirsi dei contagi ha di nuovo chiuso i teatri, come le scuole, crocefissi sulla croce della sicurezza sanitaria, mentre i supermercati erano pieni, aperture sono state concesse durante le festività natalizie. Eppure erano state prese tutte le precauzioni: posti più che dimezzati, obbligo di mascherina, igienizzazione dei locali eccetera, eccetera… ma ciò non è bastato. I teatri hanno chiuso. Lo vuole la sicurezza, lo dice e impone la storia: durante la peste i teatri venivano chiusi nel XVII secolo così come nel XXI secolo, per la peste nera come per il Covid-19.

Unica via di fuga: la rete che ha offerto un surrogato di realtà alla scuola e al teatro. Ma si tratterà poi di un surrogato? O sarà una realtà altra, ma pur sempre una realtà abitata e abitabile, con nuove regole e nuovi linguaggi in via di sperimentazione e definizione. Ai posteri l’ardua sentenza, avrebbe detto il poeta. Sta di fatto che in questo anno senza spettacoli dal vivo, il teatro ha scoperto le sue fragilità di sistema, né più né meno che come l’umanità che alla fine è da millenni l’oggetto e il soggetto del suo raccontare e mettere in scena storie, conflitti ed emozioni. Il teatro come l’uomo è corpo fragile.

Di questa fragilità bisognerà tener conto, metterla nel conto, sapere che non siamo invulnerabili, non lo siamo come uomini e il teatro lo racconta, lo incarna, anche nello scoprirsi inattuale rispetto all’ottica economicistica e produttiva dell’economia e della tecnica. Se qualcosa ci deve insegnare questo stop parziale, ma drammatico è che non tutto può rispondere all’ottica del profitto: non lo può la sanità, non lo può la scuola e neppure il teatro, la cultura. Perché altrimenti alla parola Arte bisogna sostituire il vocabolo commercio, insegna Federico Garcia Lorca. A iniziare dalla sanità che ha dimostrato il suo fallimento come azienda, il Covid ci ha chiesto un’altra prospettiva d’azione e di reazione che non può tener conto solo ed esclusivamente del profitto. Ciò si crede possa interessare la scuola, i servizi di pubblica utilità, la cultura, il teatro.

Da questo 2020 senza spettacoli dal vivo, di teatro senza relazione fisica, di teatro raccontato e visto dallo schermo di un computer o di un tablet, da questo anno di distanziamento sociale ed emotivo, da questo anno di chiusura e isolamento il nostro sguardo sia quello di Hassid sceso dalla croce, seduto, davanti a una finestra. Scoraggiato, sì, ma non sconfitto. Piace allora immaginare che  il nostro sguardo sia quello di Hassid che guarda fuori dalla finestra, ma sia anche quello di Alexander in Fanny e Alexander di Ingmar Bergman, uno sguardo concentrato e attento che dalle quinte del suo teatrino muove il suo racconto, gioca immerso in quel gioco che pur restando un gioco sa avere l’intensità della vita vera. In quello sguardo c’è la concentrazione di chi crea e lo stupore di chi fa… è in questo stupore, è in questa concentrazione che vive l’attesa dell’imprevisto che fortifica e segna la nuova strada… Si crede che questo sguardo sia quanto di meglio ci si possa augurare per il teatro, per l’uomo, per la rinascita feconda del dopo pandemia.

Buon 2021…

01 Gennaio 2021